Intolleranza al lattosio

Molto diffusa, spesso passa inosservata per lungo tempo perché i suoi sintomi non sono specifici. Le forme, i test per la diagnosi, le attenzioni quotidiane

con la collaborazione di Maria Sole Facioni
• Dottore di Ricerca in Scienze biologiche e molecolari
• Presidente e fondatrice di AILI Associazione Italiana Latto-Intolleranti Onlus
> associaizioneaili.it

Strano caso, quello dell’intolleranza al lattosio. Perché la sua incidenza, davvero molto elevata, è indirettamente proporzionale alla consapevolezza sull’argomento. C’è allora chi pensa di essere intollerante al latte o allergico al lattosio. L’unica vera allergia è quella alle proteine del latte, dipende principalmente dalla caseina e obbliga a eliminare latte e latticini dalla dieta. Nel resto dei casi l’intolleranza è al lattosio «responsabile di una risposta che si concentra principalmente nel tratto gastrointestinale perché il lattosio non viene assorbito dalla mucosa» spiega Maria Sole Facioni, presidente di AILI, l’associazione che riunisce i latto-intolleranti. I numeri sono impressionanti anche se non sempre associati ai sintomi. Oltre la metà della popolazione mondiale soffre di intolleranza al lattosio con interessanti variazioni in base alle zone e all’etnia, dal 22% degli Usa al 70% dell’Europa meridionale fino alla quasi totalità nelle popolazioni asiatiche. «La verità è che tutti nasciamo per essere intolleranti, per non digerire più una volta adulti il principale zucchero del latte. È stata una mutazione genetica nell’uomo indoeuropeo avvenuta circa 7mila anni fa a determinare l’evoluzione con la digestione in età adulta». In Italia quasi la metà della popolazione soffre di intolleranza al lattosio: «al momento è in corso uno studio che ha proprio l’obiettivo di disegnare una mappa della presenza sul territorio». Altre ricerche mirano invece a identificare la dieta più idonea e i formaggi che perdono il lattosio con la stagionatura. Il caso del parmigiano è esemplare: «un tempo si pensava che perdesse il lattosio con 36 mesi di stagionatura. Oggi abbiamo dimostrato che bastano 12 mesi, addirittura 9 con il grana padano» con buona pace dei produttori, ma anche degli intolleranti che così possono contare su una buona fonte di calcio in più oltre a quello reperibile tra verdure (spinaci, radicchio, invidia, broccoli), nella frutta secca e nei latti fortificati.

Quando si sviluppa?

«La forma congenita, la totale assenza di lattasi, è rarissima, si manifesta fin dalla nascita e persiste tutta la vita. La forma genetica o primaria, è causata dal deficit di produzione della lattasi, quindi da una variazione del DNA, e compare con lo svezzamento o da adulti». Non ultima la forma secondaria, acquisita, che può essere transitoria se dovuta ad altre cause acute come una salmonellosi o le enteriti. Se invece la causa è cronica (morbo di Chron, linfomi, sindrome dell’intestino irritabile) l’intolleranza è destinata a durare. Importante il rapporto con la celiachia, che è la prima causa secondaria di intolleranza al lattosio «in relazione al danno che il glutine provoca sul villo intestinale con un appiattimento che interferisce con la produzione e la funzionalità della lattasi».

Dai campanelli d’allarme alla diagnosi

I sintomi corrono da dolori addominali crampiformi a meteorismo, digestione rallentata, stanchezza, gonfiore e diarrea o stipsi, ma non essendo specifici possono essere associati ad altre condizioni o intolleranze. Di rilievo l’associazione con altri cibi, legata al tempo dello svuotamento gastrico. Più questo è rapido (ad esempio con i carboidrati) più i sintomi sono intensi. Viceversa, ad esempio con l’ingestione di grassi, i sintomi possono quasi essere assenti. Inoltre, a seconda della carenza dell’enzima lattasi, i disturbi variano per intensità da una persona all’altra. «Nelle forme gravi l’impatto sulla qualità di vita è importante con disturbi intensi del tratto gastrointestinale, reflusso, problemi respiratori, tachicardia. Molte persone prima della diagnosi avevano difficoltà a recarsi al lavoro». Per avere la certezza dell’intolleranza, bisogna affidarsi a metodiche riconosciute e validate. La più diffusa è il Breath Test, che valuta la presenza di idrogeno nell’espirato prima e dopo la somministrazione di 20-25 g di lattosio a intervalli regolari nell’arco di 3-4 ore. La fermentazione provocata dal malassorbimento del lattosio aumenta la produzione di idrogeno, che il test rileva nel respiro. Più raro e mirato, il test genetico con un tampone orale: si può eseguire già a sei mesi dalla nascita e permette di distinguere la forma di intolleranza. «I due test vanno considerati come complementari e non alternativi. Se l’intolleranza non è genetica sarà infatti necessario capire a quale condizione sia secondaria».

La terapia

È eliminare l’assunzione di lattosio. Per chi soffre di una forma primaria di intolleranza, in via permanente. Per chi ha una secondaria per 3-9 mesi: alla remissione dei sintomi, con ripresa della normale funzionalità intestinale, si reintroducono quantitativi di lattosio via via più elevati per valutare le reazioni.


I farmaci

Il lattosio è impiegato in oltre il 20% dei farmaci con obbligo di ricetta e nel 6% di quelli da banco. Basti pensare che non esiste una pillola anticoncezionale senza lattosio in commercio. Anche gli integratori alimentari e i granuli omeopatici spesso lo contengono. La presenza, anche minima, dell’allergene è un problema serio per i malati cronici e in particolare per chi segue una chemioterapia perché agli effetti collaterali si aggiungono i disturbi dell’intolleranza. Da qui l’importanza di consultare sempre il proprio medico, di verificare il foglietto illustrativo o di fare una ricerca con la funzione Cerca il Farmaco disponibile su federfarma.it o tramite il prontuario ufficiale dei farmaci e degli integratori senza lattosio presente sul sito associazioneaili.it nell’area soci.


Occhio all’etichetta

Eliminare il lattosio dalla dieta sembra facile, ma non è così. Oltre ai formaggi freschi – la fermentazione e la stagionatura lo eliminano in gran parte da parmigiano reggiano, grana padano e gorgonzola – e ai latticini, gelati compresi, bisogna stare attenti a una lunga serie di prodotti, anche insospettabili: salumi, dado, margarine non del tutto vegetali, patatine aromatizzate, cracker, impasto per la pizza, polenta, pasta ripiena, cioccolato fondente, snack. Il lattosio è aggiunto alle ricette di molti prodotti per le sue svariate proprietà fisico-chimiche ed è presente spesso negli alimenti trasformati come salse, ripieni congelati, hamburger, cereali. Le disposizioni di legge sulle diciture sull’assenza o la ridotta presenza di lattosio non sono ancora omogenee a livello europeo. Chi soffre di una intolleranza medio-alta non sopporta prodotti «delattosati» con lattosio residuo <0.1%. Il lattosio rientra nell’elenco dei 14 allergeni dettati dal Reg. EU 1169/2011 quindi deve essere ben evidenziato nella lista degli ingredienti.