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Cure palliative: una risposta di civiltà (gen - feb 2011)

Un tempo la medicina non contemplava la possibilità di prestare cure lenitive a chi non aveva più speranza di vivere e i malati inguaribili erano abbandonati alle loro sofferenze. Da almeno un ventennio in Italia sono divenuti pratica comune i trattamenti legati al fine vita. Grazie a un vasto movimento di opinione il Parlamento nel marzo scorso ha approvato una legge quadro che disciplina le cure palliative e la terapia del dolore.

Se si sfoglia il dizionario, alla voce cure palliative si riscontra un "rimedio che mitiga il male senza guarirlo". In senso figurato, palliativo per molti equivale a "inutile", "di nessun conto", lontano insomma dall'avere effetto. Ma questo non accade quando ci si riferisce alle cure palliative in termini socio-sanitari. In tutto il mondo le cure palliative sono una risposta di civiltà, come l'Organizzazione mondiale della Sanità ricorda nei suoi documenti. Vediamo allora di definirle correttamente: le cure palliative si occupano in maniera attiva e congrua dei pazienti colpiti da una malattia che non risponde più a trattamenti specifici. Questi malati, anche quando la vita si approssima al suo epilogo, hanno diritto alla migliore qualità delle cure. Lo scopo delle cure palliative è perciò nobile, va inteso come la miglior risposta alle legittime attese di qualità di vita, doverosa - a maggior ragione - per i malati terminali e le loro famiglie.

Per questo ha senso agire contro ogni sofferenza inutile, controllare il dolore e altri sintomi, oltre a prendersi cura degli aspetti psicologici, sociali e spirituali che si collegano al fine vita, in riferimento al paziente e in particolar modo ai suoi familiari. Non dimentichiamo che ogni anno in Italia muoiono ben 250 mila persone a causa di una malattia inguaribile, di cui circa 160 mila in conseguenza di una malattia oncologica.

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Vivere sostenibile: inquinamento domestico (gen - feb 2011)

Si sa che smog e processi industriali rendono l'aria delle nostre città irrespirabile. Quello che non si sa (o che si sa di meno) è che spesso l'inquinamento che si ha all'interno delle case è superiore a quello che ci attende in strada. E se consideriamo che la maggior parte del nostro tempo lo passiamo all'interno di edifici (appartamenti, scuole, uffici, negozi...) ci rendiamo conto di quanto sia importante prendere in considerazione il problema e trovarne anche una soluzione.

Da un punto di vista tossicologico la concentrazione degli inquinanti in casa è solitamente bassa, ma è la continuità dell'esposizione quella che può risultare nociva. Alcuni di questi contaminanti hanno la capacità di bioaccumularsi nell'organismo e di essere smaltiti con molta difficoltà. Ecco perché spesso portano allo sviluppo di vere e proprie patologie.

Fibre sintetiche, processi di cottura, vernici, alcuni materiali, ma anche deodoranti e prodotti per la pulizia possono contribuire ad aumentare la concentrazione di contaminanti, e di conseguenza, l'inquinamento indoor. E allora che fare? Seguire alcuni semplici consigli forniti dall'Istituto superiore di Sanità, che da qualche mese ha attivato un gruppo di ricerca incentrato proprio sull'inquinamento degli ambienti di vita.

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Celiachia, spiragli all’orizzonte  (nov-dic 2010)

Per fronteggiare l’intolleranza al glutine che colpisce, senza preavviso, un italiano su cento, il futuro ci riserva un vaccino, ma al momento l’unico precetto utile è una dieta rigida continuativa, come suggerisce la professoressa Patrizia Restani, Università degli Studi di Milano

«Il dato dei celiaci negli Stati Uniti, il cui numero è raddoppiato negli ultimi 15 anni, può far pensare a un vistoso incremento nell’intolleranza al glutine nella popolazione di riferimento e quindi a un aumento dei celiaci nel mondo. In realtà è un buon segno perché testimonia i passi avanti compiuti dalla diagnostica nell’individuare, per tempo, i casi di alterazioni nell’assorbimento». Lo chiarisce la professoressa Patrizia Restani, Dipartimento di Scienze farmacologiche dell’Università degli Studi di Milano, che aggiunge: «Sino a non molto tempo fa alcune forme di celiachia, soprattutto quelle subdole, non erano individuabili, sfuggivano ai controlli. Oggi i test messi in campo fanno emergere, sia per i bambini sia per gli adulti, l’intolleranza alimentare e questo aiuta nel ridurne le conseguenze negative». Purtroppo dalla celiachia non si guarisce, ci si può soltanto convivere con una dieta idonea e i veri equivoci che vanno subito sgomberati. «I miglioramenti che si ottengono con la dieta hanno fatto pensare in passato all’ipotesi di remissione. I sintomi regrediscono e col tempo scompaiono, soprattutto negli adolescenti. Così qualcuno pensa a una guarigione. Così non è. Chi smette di avere precauzioni può andare incontro a guai maggiori».

La ricerca sulla celiachia si sta muovendo anche in direzione di un vaccino. «Ipotesi che non pare così lontana, ma è presto per gioirne. In ricerca c’è anche un notevole interesse per la zonulina, una proteina che modula l’assorbimento intestinale, ma anche in questo caso occorre essere cauti».

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Sclerosi Multipla: Sconosciuta ma non troppo (nov-dic 2010)

È bene chiarire subito: la sclerosi multipla (SM), o sclerosi a placche, è una malattia a decorso cronico che colpisce il cervello e il midollo spinale. È caratterizzata da un danno e da una perdita di mielina, la sostanza che riveste le fibre nervose, e può interessare diverse aree di grandezza variabile che prendono il nome di placche. Questo processo di demielinizzazione può evolvere da una fase infiammatoria iniziale a una fase cronica, in cui le placche assumono caratteristiche simili a cicatrici, da cui deriva il termine “sclerosi”. «L'esempio più semplice», ci racconta Mario Alberto Battaglia, medico e presidente di FISM (la fondazione dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla), «sono i fili elettrici scoperti: il messaggio continua a essere condotto ma c'è il rischio che si disperda o intervengano malfunzionamenti. Nel caso della SM, le singole fibre scoperte possono trasmettere in maniera anomala e creare problemi di varia natura a deambulazione, coordinamento nei movimenti, sensibilità, vista». Con frequenze del tutto soggettive, tanto da far pensare - in alcuni casi - a situazioni passeggere o guarigioni improvvise. «Esiste infatti una forma benigna», continua Battaglia, «e si basa su pochi o anche un solo attacco infiammatorio. La forma più frequente è a ricadute e remissioni, cioè a ondate che poi, col tempo migliorano. Rimangono le fibre nervose scoperte. Solo con il tempo le placche da infiammatorie si trasformano in cicatriziali, per effetto di riparazioni che il nostro corpo effettua; a quel punto la fibra nervosa non funziona più e il sintomo rimane».


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Farmaci tradizionali e fitoterapici: eventuali interazioni ed effetti collaterali

Scopriamo le "ombre" della fitoterapia con un'esperta
in materia, che ci illustra come la convinzione
che le erbe medicinali siano sicure perchè naturali sia
sempre più diffusa, ma quanto mai errata

É in atto, già da alcuni anni, un vero e proprio boom del naturale. Viviamo in un'epoca in cui il ritorno alla natura e all'ecologico sono quasi una regola morale e civile. Di fatto, è sempre più forte l'esigenza dei cittadini di trovare un benessere psicofisico che la medicina tradizionale non sempre riesce a soddisfare.
Questa diffusa opinione che i prodotti della natura possano essere solo salutari fa sì che spesso vengano assunti insieme a terapie farmacologiche già in atto. L'altro grosso inconveniente delle "cure verdi" è il fatto che spesso il paziente ricorre all'autoprescrizione senza consultarsi con il proprio medico o con il suo farmacista di fiducia. Ma è importantissimo specificare che la co-somministrazione di un farmaco convenzionale e di un'erba medicinale può produrre un effetto differente da quello dato dalla sostanza assunta singolarmente. Ciò è determinato da diversi fattori: il fitoterapico, infatti, può aumentare o diminuire l'assorbimento del farmaco tradizionale, con conseguente aumento o diminuzione dell'effetto terapeutico o, addirittura, causando tossicità. Tanti sono gli esempi di interazione erba medicinale-farmaco che si possono riportare, ma in questo articolo verranno illustrati quelli delle erbe di uso più comune.

 

Aloe, Cascara e Frangula.

Sono erbe lassative di largo impiego. L'assunzione prolungata di tali piante può ridurre l'assorbimento intestinale di parecchi farmaci tradizionali tra i quali gli antiaritmici, gli antinfiammatori, il litio e i diuretici, ecco perché è meglio assumere i farmaci ad almeno 4-6 ore di distanza da qualsiasi lassativo. Inoltre, queste erbe lassative riducono l'assorbimento intestinale di potassio: questo comporta una riduzione di potassio nel sangue con la conseguenza di possibili aritmie in pazienti trattati con antiaritmici o con diuretici (che già di per se stessi fanno perdere potassio).

 

Artiglio del Diavolo e Boswelia.

Si tratta di piante con effetti antidolorifici e antinfiammatori molto utilizzate da coloro che soffrono di dolori artrosici. Non devono essere associate a farmaci antinfiammatori poiché ne potenziano la gastrolesività, né a farmaci antiaritmici perché già possiedono attività antiaritmiche e, infine, neppure a farmaci anticoagulanti in quanto ne potenziano l'effetto.

 

Echinacea e Uncaria.

Sono piante usate per curare, ma soprattutto per prevenire, malattie da raffreddamento e patologie tipicamente invernali. Dato che entrambe sono stimolatori del sistema immunitario, possono interagire con farmaci immunosoppressori utilizzati da pazienti affetti da disturbi del sistema
immunitario (come lupus, sclerosi multipla, Aids, etc.). Inoltre, tali erbe, inibiscono un enzima che serve per la metabolizzazione della maggior parte dei farmaci: perciò bisogna assumerle con cautela durante qualsiasi trattamento farmacologico, poiché potrebbero fare aumentare i livelli nel sangue e l'effetto del farmaco tradizionale in uso. In particolare l'echinacea potenzia l'effetto dei farmaci antimicotici, aumentandone l'epatotossicità
.

 

Mucillaggini Guar o Glucomannano.

Queste sostanze sono assunte come coadiuvanti di diete ipocaloriche, ma chi le assume deve prestare estrema attenzione! Vediamo perché... Ebbene, le mucillaggini tipo Guar o Glucomannano agiscono come "sequestratori" di grassi e zuccheri presenti nel cibo in modo che a livello gastrico e intestinale non vengano assorbiti, favorendo il dimagrimento. Tali sostanze, però, eliminano tutto ciò che trovano, quindi anche i farmaci, riducendone così l'assorbimento e, va da sé, l'effetto terapeutico.

 

Biancospino, Camomilla e Valeriana.

Sono piante comunemente usate per calmare l'ansia, combattere l'insonnia e contrastare l'eccitabilità, ma anch'esse possono interagire con i farmaci tradizionali. La Camomilla, per esempio, fa aumentare la concentrazione delle medicine classiche nel sangue e quindi può far correre il rischio di tossicità da farmaci antipertensivi e statine. Per quanto riguarda la Valeriana, essa prolunga il sonno prodotto dai barbiturici, di conseguenza non deve essere usata da pazienti in terapia antiepilettica o prima di interventi chirurgici. Il Biancospino, invece, riduce in modo significativo la frequenza cardiaca, provocando vasodilatazione, con conseguente abbassamento della pressione sanguigna. Per tale ragione, interagisce con i farmaci antiartmici e con gli antipertensivi.
Dopo questa sommaria analisi di possibili interazioni tra farmaci ed erbe medicinali si capisce che è estremamente importante la sorveglianza del medico, del farmacista e degli operatori sanitari nel valutare e chiedere esplicitamente ai pazienti l'eventuale utilizzo di "cure verdi", soprattutto nei soggetti in trattamento con farmaci convenzionali.
Questo costituisce il primo passo per un monitoraggio della diffusione del fenomeno e dei potenziali rischi connessi all'uso di fitoterapici.

 

Bisogna fare attenzione alla co-somministrazione di un farmaco convenzionale e di un'erba medicinale. Il fitoterapico, infatti, può aumentare o diminuire l'assorbimento del farmaco tradizionale, con conseguente aumento o diminuzione dell'effetto terapeutico o, addirittura, causando tossicità.

Dott.ssa Cristina Bonacina
farmacista